Che di allergie varie non se ne può più è un dato di fatto.
Che ogni settimana ne è annunciata una nuova è innegabile. Stiamo diventando troppo sensibili, non c’è più discriminazione di età o sesso, quando arriva, l’allergia o l’intolleranza, non possiamo fare altro che cercare di diagnosticarla e combatterla con i mezzi che abbiamo a disposizione (come se fosse facile).
L’ultima in ordine di evoluzione è l’allergia al freddo! No, non sto dando i numeri, è proprio così.
Siamo abituati a qualche reazione epidermica dovuta a esposizione al freddo, arrossamento della cute, screpolazione, geloni etc, ma da qui a giungere a una vera allergia la strada è (apparentemente) lunga.
Invece, dati alla mano pare che questa nuova forma sia stata scientificamente dimostrata.
L’allergia al freddo rappresenta circa il 15% dei casi di orticaria dermatologica, la forma idiopatica (s’intende che proviene dal sistema immunitario) può essere accompagnata da manifestazioni esterne in varie occasioni.
L’eruzione è caratterizzata dalla comparsa, pochi minuti dopo l’esposizione al freddo, di papule pruriginose che possono diventare edematose.
Esse persistono mezz’ora e anche più dopo lo stimolo dovuto all’esposizione, la quale oltre che esterna può essere anche interna: ingestione di bevande fredde, gelati, ghiaccio, bagni in acqua fredda etc.
La diagnosi si basa sul test del ghiaccio: un cubetto di ghiaccio posto in un sacchetto di plastica viene appoggiato sulla pelle per alcuni minuti, se poco dopo appare una lesione edematosa e pruriginosa simile all’orticaria molto probabilmente si tratta di allergia al freddo.
Per avere la certezza assoluta bisogna eseguire dei test di laboratorio: la criofibrinogenemia e la crio globulina test. Per quanto strano può sembrare, tale allergia comporta 3 forme:
La prima e più comune è data da una sintomatologia tipo raffreddore accompagnata dai sintomi dell’orticaria.
La seconda è spesso associata ad anomalie del sistema immunologico cui concorrono alcuni farmaci (contraccettivi orali, penicillina e affini).
La terza è la forma più rara che può rispondere alla prova del cubetto del ghiaccio anche dopo alcune ore.
Le lesioni possono talvolta essere accompagnate da bruciore, dolore articolare, aumento dei neutrofili nel sangue, e talvolta febbre.
Progressivamente se non riconosciuta in tempo può portare alla perdita dell’udito neurosensoriale e al rischio di amiloidosi renale.
Il rischio di shock e ipotermia sono reali, nell’immediato si può assumere un antistaminico e poi rivolgersi al più vicino ospedale dove solitamente si procede con l’introduzione di adrenalina in vena.