Sessualità

Vergini over twenty: Mito o realtà?

Nel film Her Minor Thing il giornalista Tom si lascia sfuggire in diretta TV un dettaglio privato: la sua ragazza è vergine. Immediatamente emittenti e stazioni radio vogliono intervistarla, associazioni cristiane la vogliono come testimonial e i vicini non la guardano più allo stesso modo. Perché tanto scompiglio? Semplice: la ragazza ha 25 anni.

Contrariamente a quanto si possa pensare, le vergini “over twenty” non sono creature mitologiche, sebbene gli innumerevoli racconti di rocambolesche imprese sessuali di amiche e conoscenti le spingano a rimanere in incognito. In inglese si parla di social stigma, un’etichetta negativa appiccicata dalla società e definita dal dizionario come «marchio di disgrazia». Passato un certo traguardo anagrafico che si va sempre più accorciando, le vergini vengono effettivamente annoverate tra le disgraziate. Ci sarebbero infatti poche spiegazioni per cui una ragazza dovrebbe arrivare intonsa oltre la veneranda età dei vent’anni: 1) è estremamente cattolica e aspetta il matrimonio, 2) è una puritana, 3) ha qualcosa che non va. In ogni caso, ha dei problemi. Quasi a nessuno sfiora l’idea che il non struggersi in balia degli ormoni possa non essere segno di infermità mentale, né che possano esistere scelte di circostanza.

Giovanna, ad esempio, aveva 24 anni: «Sarò romantica, ma aspettavo qualcuno di davvero speciale che mi facesse battere il cuore e di cui innamorarmi. Qualcun altro semplicemente non mi avrebbe invogliata». È risaputo che l’eccitazione sessuale, per una donna, è soprattutto un fatto di testa: potresti essere Brad Pitt, ma se il cuore non batte il corpo non freme.

Per me non era un fatto di romanticismo. Non avevo l’illusione di qualcosa di perfetto con candele e petali di rosa né credevo alla favola dell’anima gemella. Io volevo qualcuno che valesse lo sforzo. Oltre all’inesperienza, avevo paure, pensieri e brutti ricordi da tenere a bada. È un lavoro enorme e non ero disposta a farlo per chiunque: doveva essere qualcuno di cui mi fidassi (impresa già di per se quasi disperata), che avrebbe saputo gestirmi e che mi avrebbe lasciato il tempo di gestire me stessa. È una descrizione quasi utopica. Ho incontrato solo uno che corrispondesse, all’età praticamente decrepita di 26 anni. Va bene così: «qualcun altro non mi avrebbe invogliata». Riuscire ad avere la meglio su paure, pensieri e brutti ricordi ha portato con se un senso di potenza che prima non avrei saputo apprezzare. Il giorno dopo mi sentivo come se avessi potuto spaccare il mondo. Soltanto un paio d’anni prima non avrei avuto la maturità per comprendere la portata di quello che era successo.

Il punto di questo articolo non è di convincervi ad aspettare. Non importa quando lo fate, se a 16, 24, 30 anni… è irrilevante. Non è necessario che sia perfetto. Lui non dev’essere il vostro futuro sposo. Deve solo valere lo sforzo. Anche solo per una notte.

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