sessualita

Quando si approccia il tema della religione cristiana, difficilmente essa si associa ai temi relativi alla sessualità. E’ un falso criterio, dal momento che, il cristianesimo non condanna affatto la sessualità, così come certe persone ritengono, ma bensì, la collocano tra i criteri legati ai rapporti di coppia sanciti dal sacramento del matrimonio.

Di conseguenza, è sbagliato ritenere in maniera aprioristica, che sessualità e cristianesimo siano una sorta di bieco ossimoro.

In special modo negli ultimi decenni, grazie anche ai cambiamenti culturali che si sono avvicendati nella società in cui viviamo, la stessa Chiesa si è interrogata su come la sessualità debba essere riconsiderata in seno alla comunità dei credenti.

Tempo fa, l’attore Roberto Benigni, ha scatenato una ridda di polemiche, durante una delle puntate della trasmissione televisiva, di cui era protagonista, e in cui spiegava i dieci comandamenti.

Quando l’attore ha approcciato il sesto comandamento “Non commettere atti impuri”, ha fatto notare come, lo stesso, sia stato cambiato nella formula, passando all’attuale “Non fare adulterio”.

I tempi cambiano, la società impone nuove prospettive e nuove letture, anche per ciò che potrebbe apparire monolitico, come la lettura ortodossa delle indicazioni clericali rispetto a certe manifestazioni della sfera privata.

Ma come è stata letto nel passato il sesto comandamento, finché esso recitava “Non commettere atti impuri”? Certamente in un’ottica di peccato assoluto, senza alcuna via di libera reinterpretazione, ma semmai, applicabile in ogni caso, persino alla sessualità vissuta all’interno della coppia legata dal sacro vincolo del matrimonio.

Effettivamente, per secoli e prima dell’ondata di rinnovamento in seno alla Chiesa, che è ancora fortemente in atto, il criterio di sessualità tra i credenti, pretendeva silenzio e massima osservanza della negazione del concetto di “piacere” che eppure, lo stesso Gesù, proclamava quando insegnava agli esseri umani il bizzarro – per l’epoca storica in cui è vissuto – concetto di amore universale.

Per troppo tempo si è ritenuto peccaminoso tutto ciò che avesse a che fare con una delle cose più naturali che l’uomo abbia mai avuto come dono: l’uso del corpo come massima espressione dell’esistenza umana e della gioia. In qualche modo, lasessualità è stata utilizzata per millenni, come monito a non peccare, chiedendo ai credenti di osservare – semmai – un voto di castità a volte persino quando la sacralità del matrimonio rende liberi, secondo i precetti della Chiesa, di vivere la sessualità all’interno della coppia.

Del resto, lo stesso fatto che, nel mondo clericale, il primo voto che viene richiesto agli uomini e alle donne che offrono la propria vita a Dio, è proprio quello di castità, la dice lunga su coe si sia sempre puntato a negare che la sessualità sia una naturale espressione della vita umana.

E’ però una scelta dettata dagli uomini, piuttosto che da un Dio creatore dell’esistenza umana, o di un Cristo che non ha mai palesato una chiusura al libero vivere – seppur cristianamente – della sessualità.

Eppure, ecco che – nel corso delle ere – la sessualità viene utilizzata come veicolo di attribuzione del male, nei confronti di coloro che non ne rispettino le regole. Si pensi che, nel Medioevo, era stata compilata una fitta e articolata serie di regolamentazioni che dovevano essere osservate dai credenti, per ciò che attiene ai rapporti sessuali.

Si giunse persino, nel XII secolo, ad opera del teologo Alberto Magno, a configurare come peccaminoso – a pari livello col peccato mortale – l’atto sessuale tra coniugi, in cui ci si fosse espressi in maniera troppo passionale.  E non è tutto, perché in quel periodo, in ogni caso l’atto sessuale veniva considerato deprecabile. Come se, persino tra coniugi, l’amplesso dovesse essere considerato, e vissuto, come un dovere, legato semmai alla procreazione e mai al piacere, in ogni caso. Effettivamente, è proprio al teologo medievale, che dobbiamo il criterio di “dovere” legato a quello di “rapporto sessuale”.

Nel Quattro Libri delle Sentenze – Libri Quattuor Sententiarum o Sententiae – l’autore, il teologo Pietro Lombardo, vissuto nel XII secolo, scrive: “Il coniuge che chiede, agisce per il desiderio del piacere, mentre chi accetta di sottoporsi al suo dovere, agisce per la fedeltà matrimoniale. Il richiedere è perciò peccato, il concedere è merito” (In IV Sententiarum, 32,9).

Magno, grande studioso e sostenitore dei Libri del Sententiarum, fa proprio questo concetto, e ne ribadisce l’importanza dell’applicazione, anche nei rapporti matrimoniali.

Lasciando la Storia e tornando a oggi, con difficoltà si sta reinterpretando il criterio della sessualità in seno alla religione cristiana.

Se da un lato vi è una tendenza a ricollocare nella giusta ottica il rapporto sessuale, sempre in seno ai rapporti coniugali, dall’altro vi è una sorta di deviazione ormai quasi genetica, su ciò che la Chiesa ha imposto per millenni: sono gli stessi credentiche, spesso, applicano autonomamente l’ortodossia millenaria associata alla vita sessuale di coppia.

C’è da dire che, in un’epoca – quella in cui viviamo – in cui troppi considerano che, alla parola “Libertà” debba associarsi – a prescindere – una dinamica di sessualità senza alcun tipo di limite e anche assimilabile al criterio di promiscuità, sarebbe bene trovare una via di mezzo, per non lasciare che gli esseri umani, come spesso accade, non siano in grado di comprendere come, anche la sessualità, debba essere vissuta come un atto di cui gioire piuttosto che di una libertà di cui approfittare.

Nel mezzo, come sempre, sta la virtù.