Mattia mi ha raccontato il suo ultimo cruccio: accettare o meno le avance di qualcuno che gli interessa ma che canta nel suo stesso coro, rischiando di compromettere l’armonia del gruppo? «Come si chiama?» ho chiesto. «Chiara». «Credo di essermi persa qualcosa. Non eri…?» Ho lasciato la frase in sospeso a galleggiare nell’aria. Sì, perché qualche anno fa Mattia, amico inseparabile dagli anni del liceo, mi aveva sorpreso facendo “coming out”. Ora, con Chiara, mi spiazzava di nuovo. «Sì, ma non so…» ha bofonchiato lui. «Lei mi interessa… Però sono comunque attratto dagli uomini. Non mi sento bisessuale. Però neanche omosessuale. Decisamente non sono etero». Per empatia, sono entrata a mia volta in uno stato confusionale. Mattia si dà troppi tasselli da incastrare, neanche la sua sessualità fosse un cubo di Rubik in cui ogni facciata deve avere lo stesso colore.

Quanto sono importanti, veramente, le etichette? Quanto sono necessarie? 

«Non mi sono mai posta dilemmi» dice R., che preferisce restare anonima. «Non mi piacciono le etichette. Si amano le persone, a prescindere da sesso o genere».

«All’inizio potermi etichettare era tutto» racconta invece la sua compagna, G. «Avere diciannove anni e scoprire che non ero interessata agli uomini è stato devastante. Avevo disperatamente bisogno di sapere cosa ero. Decisi che ero lesbica. Però io le donne non le sopporto: sono arroganti, isteriche, meschine, ecc. E quindi? Si può essere lesbica pur non amando le donne? Ho ventisette anni e sto rimettendo in gioco la mia sessualità, smettendo di pormi domande e vivendola semplicemente. Ora amo una donna, sto con una donna, trovo attraenti altre donne e trovo attraenti uomini. Cosa risponderò tra dieci anni quando mi chiederanno del mio orientamento sessuale, non lo so, ma sono convinta che non sia più importante».

Una volta dissi che trovavo sensuali le clavicole di una donna. Subito la mia interlocutrice dichiarò «Chiaramente sei bisessuale!». Ci misi poco a capire che trovare esteticamente affascinante l’ossatura femminile non significa automaticamente voler avere rapporti con una donna, ma la velocità con cui ero stata etichettata mi colpì e mi portò a riflettere. 

«Quello che mi dà più fastidio di queste etichette è che sembrano permanenti» scrive la blogger Isalina Herself. «Perché si dovrebbe sceglierne una sola e sforzarsi di essere principalmente questo o quello?».

Il punto è che spesso la necessità di dare una definizione ci fa perdere di vista quello che stiamo cercando di definire. È una sofferenza che ci potremmo risparmiare. Se vi riconoscete nelle parole gay, lesbica, bisessuale o quant’altro, benissimo. Ma se non riuscite ad “incasellarvi” non entrate nel panico, non è indispensabile dare dei nomi. Ricordatevi che, parafrasando Giulietta, «una rosa con un altro nome avrebbe comunque lo stesso profumo». Esplorate e gioite della vostra sessualità giorno per giorno, dovunque essa vi porti, senza bisogno di definirla. L’importante non è cosa siete, ma che siate, semplicemente.