40 settimane

Finalmente ci siamo, sta per arrivare il grande giorno: con la quarantesima settimana di gravidanza, almeno in teoria, si conclude il percorso della gestazione, e dunque a breve mamma e papà conosceranno il loro bambino. Certo, può essere che si siano alcuni giorni di ritardo sulla tabella di marcia, forse il piccolo ha voglia di farsi coccolare nel pancione, ancora un po’. Ma è davvero solo questione di pochissimo, ormai!

Cosa cambia nella mamma?

Nella 40esima settimana, la placenta misura circa 20-25 cm di diametro, e si presenta spessa 2/3 cm. Ormai ha eseguito il suo compito e comincia ad “invecchiare”, tanto che, in caso di ritardo nella nascita, la gravidanza potrebbe venire indotta, come vedremo. Il corpo della mamma si prepara d’ora in ora al parto, e, quando il piccolo sarà pronto per venire alla luce, arriveranno le contrazioni regolari, che lo spingeranno verso il collo dell’utero, e l’inizio del travaglio. Il loro ritmo aumenterà gradualmente fino a raggiungere una frequenza di 1, 2 al minuto, intensificando.

Il medico potrebbe decidere di anticipare il parto, in caso si verificasse una riduzione del liquido amniotico, o una sofferenza fetale, o per gestosi. Nel caso, la mamma potrebbe stare tranquilla in quanto, ormai, queste sono comunque situazioni di routine ed ogni ospedale è in grado di gestirle senza emergenze.

Dolori e pancia dura

Come abbiamo sempre detto, ormai sappiamo che i segnali del travaglio imminente sono le contrazioni regolari ed intense. Il consiglio è di rimanere a casa sinché questi dolori non diventano frequenti, e di durata pari a circa 30 o anche 60 secondi. Possono verificarsi unitamente agli altri sintomi significativi, come la perdita del tappo mucoso, la continua necessità di andare in bagno, causata dal capo del piccolo che preme sull’intestino, crescenti dolori di schiena e pancia dura, con un senso di pesantezza, simile a quella causata in alcune donne dalle mestruazioni.

Ancora una volta, non devono essere mal interpretate le cosiddette “contrazioni prodromiche”, semplicemente preparatorie, anch’esse simili ai dolori mestruali, ma con spasmi più irregolari e distanziati.

Perdite mucose nella mamma

La perdita del tappo mucoso è il segnale più tipico dell’inizio dell’ultimo periodo di gestazione. Consiste nell’espulsione dello strato di muco, formatosi nelle prime settimane all’interno del collo dell’utero, e che ha come funzione quella di proteggere il feto, chiudendo il canale cervicale, formando una barriera, attraverso la secrezione densa, nei confronti di agenti infettivi che potrebbero contaminare l’ambiente uterino.

È proprio a fine gravidanza che il collo dell’utero, cominciando a dilatarsi, consente al tappo mucoso di sciogliersi, causando le perdite mucose, in ogni caso indolori, specie nelle primipare (le donne alla prima gravidanza). La perdita di materiale gelatinoso, di colore biancastro, potrebbe comunque precedere di qualche giorno il parto e, pertanto, non può essere un’indicazione di travaglio sicura al 100%.

Il tappo mucoso a volte, porta con sé delle tracce di sangue leggere ma evidenti: solo in caso di sanguinamento abbondante, è meglio recarsi in ospedale per accertamenti, poiché si può sospettare un parto pretermine, oppure la rottura della membrana amniotica o, nella peggiore delle ipotesi, un’infezione in corso, tutte situazioni che richiedono una tempestiva valutazione medica.

Come cresce il bambino?

Il nostro protagonista sta per vedere la luce e nel suo corpicino sono presenti 300 ossa, ben 94 in più di quelle di un adulto, considerando che quelle in eccesso dovranno fondersi fra loro durante la crescita. Il feto è costituito per il 15% di grasso sottocutaneo, che gli fornisce energia, aiutandolo anche a mantenere regolare la temperatura, mentre nel suo intestino si è accumulato il meconio, che verrà espulso con le prime feci, costituito principalmente dal liquido amniotico che ha ingerito durante la gravidanza.

Ormai ha raggiunto una lunghezza di 50 cm e oltre, per un peso intorno ai 3,400 kg. Il suo primo respiro fuori dal pancione, comporterà importanti cambiamenti al suo piccolo cuore e alle arterie. Tutti i suoi organi sono pronti alla vita fuori dal grembo materno, ma se si trovasse così comodo da non avere ancora voglia di uscire…non ci sarebbe nulla di cui allarmarsi, considerando che, prima di intervenire per indurre il parto, ci sarebbero ancora due settimane tranquille di attesa naturale.

Movimenti fetali del bimbo alla 40esima settimana

Proprio così: indicativamente, solo il 5% delle gravidanze termina esattamente alla data agognata per tutti i 9 mesi, mentre per il restante 95% l’appuntamento si anticipa o posticipa fino a 2 settimane, senza problemi. Chiaramente, specie se la gestazione si protrae, massima importanza rivestono i movimenti fetali, al punto che, in questo caso, la futura mamma verrebbe giornalmente monitorata, mediante un tracciato ospedaliero.

È comunque fondamentale cercare il più possibile di stare tranquilla, e non fare confronti con altre mamme: ogni bimbo ha un proprio ritmo di personale attività, e molti studi sui movimenti fetali concordano nel dirci che calci e pugnetti non cambiano al termine della gravidanza, non diminuiscono ma neppure si intensificano. Il bambino si muove tanto, pur nello spazio ridottissimo, e a breve avrà la possibilità di esprimersi fra le braccia di mamma e papà.

Il bambino attende e non vuole uscire

Abbiamo già detto che, almeno sulla carta, questa 40esima è l’ultima settimana di gravidanza. Ma, che fare se proprio non vuole uscire, se proprio siamo costrette a dire, ogni giorno, “ancora niente”? La cosa meno indicata è quella di agitarsi: non dobbiamo dimenticare, infatti, che sono considerati con nascita regolare anche i piccoli che si affacciano al mondo a 42 settimane. Ovviamente, però, in questo caso le mamme vengono sottoposte a controlli e monitoraggi accurati e, se proprio anche dopo 14 giorni dalla data presunta il bambino non ne vuol sapere di uscire, il ginecologo interviene somministrando dei farmaci per indurre il travaglio.

Sono messi in atto dei tracciati (come la cardiotocografia) per monitorare il battito cardiaco del piccolo e, oltre la 42esima settimana, si procede a due tipi di sollecitazione, che si distinguono nel parto indotto o pilotato. Nel primo caso, si ricorre a farmaci (prostaglandine) che provocano artificialmente l’inizio delle contrazioni, mentre nel secondo, se il travaglio è già avviato, se ne guida l’andamento attraverso l’ossitocina, in grado di regolarizzare le contrazioni ed agevolare l’espulsione del piccolo.

I compiti del papà

Siamo giunti al momento fatidico anche per il papà che, se avrà scelto di assistere al parto, potrà aiutare moltissimo la sua compagna, massaggiando la mano e accarezzandole il viso, invitandola con dolcezza e mantenendo sempre il contatto visivo con il suo sguardo. Farà da tramite con il personale sanitario, e l’aiuterà a rinfrescarsi facendole aria con un ventaglio o qualcosa di simile. Sarà importante anche per stimolarla nella respirazione, così come nei cambi di posizione.

Quando poi stringerà fra le braccia il piccolo, dimenticherà, con la partner, tutte le fatiche e le preoccupazioni, per lasciare posto solo alla gioia e all’emozione per il nuovo ruolo di genitore, un’arte importante, che comunque s’impara “sul campo”, senza paura di sbagliare, e con la consapevolezza di costruire una vita a tre incredibilmente importante, in cui ognuno gioca la sua parte fondamentale.

Auguri a tutte le mamme e ai papà. E buona vita ai piccoli protagonisti di questo viaggio meraviglioso!